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Saturday, April 29, 2017

Trump a trivellare il mare degli americani. La California gli risponde "non se ne parla nemmeno"







“California will fight this every step of the way. 
We do not want oil drilling off our coast. Period.” 

California, 83 anni


“We will fight to the end.
They will not get any new oil on these shores."

 Susan Jordan, California Coastal Protection Network


“Californians will not stand for this. 
We love our coast. It's our playground, the driving force of our economy, 
the place where we find solace, joy and sustenance.”

Jennifer Savage, the Surfrider Foundation

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Instead of taking us backward, the federal government 
should work with us to advance the clean energy economy
 that’s creating jobs, providing energy 
and preserving California’s natural beauty,”

 Xavier Becerra, California General Attorney


“President Trump and his oil industry cronies may want to drill, 
but we’re going to stop that oil and gas development from being feasible"

Hannah-Beth Jackson, Senatrice Santa Barbara


"California’s door is closed to President Trump’s Pacific oil and gas drilling” 

 Gavin Newsom, Chairman Lands Commission



Come sarebbe bello sentire anche in Italia politici
 che dicono queste cose senza mezze parole.



  
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Oggi 28 Aprile 2017, il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo che, se tutto va come programmato, ha l'obiettivo di aprire il Pacifico, l'Atlantico, e l'Artico alle trivelle.

Si chiama, molto chiaramente, America First Offshore Energy Executive Order.

Ma come, non ci aveva provato Obama a proteggere questi mari? E tutti gli ordini di Obama?  E i limiti prima di Obama? Che fine fanno?

Certo, tardi o presto che sia stato, Obama ha fatto dei passi per frenare le estrazioni petrolifere. Ma come sempre, e' questa una lotta per la vita, nel senso che il petrolio e' sempre li, e basta un cambio di presidente, di idee, di condizioni di mercato, per disfare decisioni e protezioni.

Trump e' appunto un esempio di tutto cio': vuole stoltamente eliminare le protezioni di Obama e di molti dei precedessori di Obama, repubblicani e democratici indistintamente, per trivellare perche' pensa che il futuro siano dei buchi in mare.

Il presidente dai capelli arancioni, l'imbarazzo nazionale per questo paese, non ha mai fatto mistero del suo petrol-amore, e anzi, di tutte le cose di questi 100 giorni della sua presidenza, dove e' stato piu' traumatizzante e' stato l'ambiente.

E' semplicemente un uomo vecchio dentro, di idee, e di prospettive, e pensa che siamo ancora agli anni settanta.

E' per questo che e' una lotta per la vita, perche' quello che non deve cambiare, mai, e' la coscienza popolare, il ricordo delle battaglie vinte e perse, e il voler passare alle generazioni future un ambiente protetto, migliore, con l'antivirus della distruzione ambientale.

Trump dice che le trivelle porteranno "grande ricchezza" e "grandi lavori", ma il panorama politico dello stato e' in subbiglio gia' adesso.  Assieme a loro gruppi ambientali che promettono battaglia.

La cosa buona e' che per cambiare le decisioni di Obama ci vorranno almeno due anni e che gli stessi amministratori del governo Trump si rendono conto che in alcuni stati la resistenza e' e sara' forte, prima fra tutti la California.

Il segretario dell'interno Ryan Zinke, dice che terra' conto delle opinioni dei residenti e ha pure detto che dopo la sua visita a Santa Barbara si e' reso conto che la gente qui non vuole pozzi e trivelle nuove.

Come ripetuto ad infinitum in questo blog, dopo lo scoppio di Santa Barbara di un pozzo di petrolio nel 1969, non ci sono state mai piu' nuove trivelle nei quasi 50 anni dopo quella data. Quello che resta sono 27 piattaforme ancora in azione e che erano li da prima del 1969. Lo scoppio di Santa Barbara e' stato il terso piu' grande della storia d'America, dopo quello del Golfo del Messico nel 2010 e della Exxon Valdez nel 1991.

Ma forse, piu' di tutto, quello che fermera' Trump sara' l'economia: con il petrolio a meno di $50 al barile, semplicemente non conviene trivellare, specialmente in California con tutte le sue tasse e le sue regolamentazioni ambientali.  Uno dei contendenti per la poltrona di governatore nel 2018,  Gavin Newsom, a suo tempo gia' sindaco di San Francisco ed ora presidente della commissione che si occupa della gestione delle terre pubbliche di California, dice che seppure Trump dovesse permettere trivelle nel Pacifico, Sacramento potrebbe non dare i permessi per costruire i necessari oleodotti verso terra, di fatto impendendo ai petrolieri di trasportare il greggio.

Il governatore della California, Jerry Brown invece manda un comunicato stampa assieme con i governatori di Oregon e Washington dicendo che nessuno dei tre stati vuole tornare indietro, ai tempi delle trivelle in bella vista lungo le coste dei nostri mari.

E poi la domanda da Rischiatutto: perche' non puntare sulle rinnovabili invece? 

Ma Trump non ci sente. Va avanti per la sua strada, cieco all'evidenza. Se solo scegliesse di puntare su sole e vento, guadagneremmo tutti, persone, lavoro, salute,  e pure la sua immagine di presidente.

La presunzione, eh? 

Trump ha anche ordinato una "review" di tutti i monumenti naturali della nazione, e cioe' aree protette, per vedere se c'e' potenziale energetico (leggi petrolio e gas) e aprire la strada alla revoca di tali aree protette. Come dire: da oggi non esiste piu' Yellowstone! Nessuno mai in tutta la storia americana ha mai fatto una cosa del genere, e infatti non c'e' nessun protocollo che si possa seguire.

Ma la cosa che a me fa pensare, e il contreasto che vedo con l'Italia e' che qui si e' levata una fitta voce di persone autorevoli che hanno detto a Trump chairo e tondo che qui di trivelle non ne vogliamo sapere niente. E in Italia? Ai tempi del referendum del 2016 dove erano tutto i cuor di leone politici italiani?

Chi lo sa.









Tuesday, April 25, 2017

Per la prima volta nella storia 410ppm di anidride carbonica in atmosfera, e per colpa nostra





Sono condizioni che il pianeta non ha mai sperimentato prima.

Ok, almeno fino a 800,000 anni fa. Ottocento mila. Perche' e' li che possiamo fermarci con le "predizioni a ritroso".

Ma che sia mai o che siano ottocento mila non cambia niente.

Abbiamo concentrazioni di anidride carbonica a 410ppm, con tassi di aumento galoppanti.

La stampa scritta ne ha parlato? Il telegiornale ne ha parlato? I politici ne hanno parlato?

Forse non ci si rende conto di cosa questo significhi.  Significa che la terra e le condizioni di vita cosi come le conosciamo, presto non ci saranno piu'. Vita animale, vegetale ed anche umana. Tutto cambiera'.

Ci sara' piu' calore che resta intrappolato nella nostra atmosfera, piu' squilibri, piu' eventi estremi, piu' disastri climatici, piu' terre che scompaiono, piu' livelli oceanici fuori dalla norma.

La concentrazione di 410ppm e' stata misurata alle Hawaii,  presso l'ossservatorio Mauna Loa dal cosiddetto Keeling Curve, un programma gestito dallo Scripps Institution of Oceanography presso  l'Universita' di California a San Diego.

Solo un anno fa eravamo arrivati a 400 ppm.

Fino a pochi anni fa si parlava di contenere gli aumenti a 350ppm.

E invece guarda.

I cambiamenti continuano, e anzi, accellerano pure.

Addirittura, questo livello di 410ppm e' stato raggiunto prima ancora dell'estate, quando di solito il valori sono piu' alti. Cioe', la quantita' di anidride carbonica aumentera' ancora nei mesi a venire.

Interessante che invece di correre ai ripari, non facciamo niente.

Si, c'e' un presidente USA negazionista che si e' circondato di negazionisti e che invece di pensare a come risolvere *il problema che definisce questa generazione* e cioe' i cambiamenti climatici, dice che occorre che l'uomo arrivi su Marte, entro il suo secondo mandato. 

Ma noialtri? Dov'e' la pressione che mettiamo ai nostri politici? Dove e' il nostro ardore? Dov'e' il  nostro scandalo?

La principale fonte di CO2 in atmosfera e' l'uso smisurato di petrolio, gas e carbone. 

Dovrebbe essere che parliamo di no trivelle tutti i santi giorni, e non solo perche' l'ENI e' corrotta, o perche' a Viggiano ci si ammala, ma perche' con questa folle corsa all'estrazioni delle fonti fossili stiamo distruggendo l'unico pianeta che abbiamo.

E dunque, con ogni trivella in piu', con ogni minuto che restiamo nella fossil fuel economy, ci stiamo avvelenando un pochino di piu' ogni giorno.

Come detto, mai prima d'ora, abbiamo avuto un'atmosfera cosi ricca di carbone.

Mai.

Una economia 100% rinnovabile e' possibile. Tutti i giorni raccontiamo qui storie virtuose di comunita' solarizzate, progressi nell'eolico, e del desiderio di cambiare lo status quo. Occorre
volerlo di piu', occorre protestare, occorre non avere paura di svergognare ENI e compari, occorre  volere che le nostre citta' divestano dalle fossili, occorre che il petrolio diventi un relitto del passato.

C'e' ne abbiamo uno solo di pianeti.

Occorre fare sul serio.

Monday, April 24, 2017

L'ENI vende la sua filiale belga. I nuovi gestori punteranno su sole, vento, efficienza, batterie e stoccaggio




Puo' un lupo trasformarsi in agnello?

Quasi mai.

E infatti invece che rinnnovarsi, cambiare, guardare al futuro, l'ENI semplicemente decide di sbarazzarsi della sua sussidiaria belga, ENI Belgique, nota anche come Nuon. 

Perche'?

Perche' ENI Belgique si occupava di distribuzione gas e di energia eolica, e non era piu' un "strategic" fit per loro. E infatti Mr. Descalzi e i suoi amici, secondo il programma strategico del 2017-2020,  vogliono consolidarsi e focalizzarsi su esplorazione e vendita petrolio, gas e su tutta l'infrastruttura che ci sta intorno. 

Cioe' petrolio o morte -- rinnovabili? Perche' mai!

Ad acquistare ENI Belgique il giorno 31 Marzo 2017, la Eneco, una utility belga con sede a Rotterdam. Il pacchetto comprende sia ENI Gas and Power che ENI Wind, con tre turbine a vento gia' in azione.

L'ENI aveva comprato Nuon dalla ditta svedese Vattenfall nel 2011.  Avevano il 10% del mercato e circa 200 persone che lavoravano per loro.

La Eneco dice che usera' il suo maggior peso nel panorama energetico belga per investire di piu' in sole e vento. Vogliono anche offrire servizi come efficenza energetica, isolamento, stoccaggio energia, stazioni di ricarica.

Cioe' vogliono il futuro e non seppellire la testa nel petrolio!

In totale quelli della Eneco gestiscono gia' 86 turbine a vento, 250,000 pannelli solari, e possono arrivare a 100MW di solare dal fotovoltaico che hanno in Belgio, Francia e nel UK. Di questa energia, circa 60MW sono solo per il Belgio, di modo che la Eneco e' anche il principale produttore di energia solare nel paese. Nel 2018 inizieranno anche con la costruzione di un parco eolico offsore.

Quello che dicono alla Eneco e' che vogliono aumentare la loro offerta rinnovabile ai propri clienti, vogliono offrire soluzioni smart e crescere in Belgio e in altri paesi confinanti. Con l'acquisizione di ENI Belgique, il numero di clienti di Eneco salira' a un milione di persone, e 55mila clienti industriali e commerciali.

Nel 2016 *tutta* l'energia che la Eneco ha fornito ai suoi clienti residenziali e' stata dalle rinnovabili.

Bye bye ENI!





Sunday, April 23, 2017

USA record di rinnovabili, nucleare crolla. California: il 56.7% dell'elettricita' da sole e vento





Nonostante la politica, le rinnovabili vanno avanti senza pieta' in tutto il mondo.

Anche negli USA di Donald Trump.

La produzione di carbone e' ai minimi storici dal 1978 secondo la EIA, Energy Information Administrationun ente federale.

A guidare il tutto il mio stato, con tutti i suoi guai: la California. Qui l'ente indipendente che gestisce la rete elettrica, la Independent System Operator (ISO) riporta che il giorno 23 Marzo 2017 la percentuale di rinnovabili nello stato e' arrivata al 56.7%.

La maggior parte di questa energia e' dal sole, circa 10 GW - e siamo solo ad Aprile!

In totale nel Golden State ci sono 150mila persone direttamente impiegate in sole e vento.



E il trend delle rinnovabili va avanti.


E questo non e' solo per amor di pianeta, ma perche' il sole e il vento portano economia, lavoro e sono piu' convenienti del resto, perche' i prezzi si sono abbassati e perche' le leggi obbligano i produttori di elettricita' ad abbassare le emissioni.

California, Massachusetts e Hawaii hanno obiettivi di farcela a diventare 100% rinnovabili.

Ora, non e' tutto rosa e ci vogliono soldi e intelligenza.

La prima cosa e' di incentivare ancora di piu' il sole sui tetti. San Francisco ha la sua legge per questo, e sarebbe un grande passo in avanti se tutto lo stato obbligasse i costruttori in tutto lo stato a solarizzare tutti i tetti, da Sacramento a San Diego.

E poi, in California ci sono 38 operatori elettrici. Occorrera' connetterli fra loro, portando l'operatore X a vendere all'operatore Y quando X produce di piu' e Y di meno, in modo da evitare sprechi.

In alcuni casi putroppo c'e'  troppa generazione di elettricita' specie dal sole, e infatti la  California Independent System Operator (CAISO) che si occupa di tenere bilanciata la rete dello stato dovra' mettere lo stop alla produzione di solare a causa della sovrapproduzione e del sovraccarico alla rete. 

Per questa primavera di parla di circa 6 - 8 GW di elettricita'. Occorrera' quindi bilanciare il tutto meglio e costruire altri impianti di stoccaggio e ideare batterie innovative che possano andare bene per il 21esimo secolo.

Magari si potrebbe pensare anche di cambiare il sistema tariffe. Per chi non ha l'impianto sul tetto e usa elettricita' dalla rete, far costare l'elettricita' di meno la sera o la notte, di modo da usare tutto quello che le rinnovabili generano nel corso della giornata in un modo ottimale, uniforme e senza sprechi.

Tutti questi non devono essere visti come ostacoli insormontabili, quanto invece come sfide per il futuro. Nessuno ha detto che le cose siano facili nella vita, ma se pensiamo a quanta strada abbiamo fatto con le rinnovabili nel corso degli scorsi anni, allora ci si rende conto che davvero l'uomo e' piu intelligente dei buchi.

Se lo vuole.









Saturday, April 22, 2017

Aprile 2017: il 51% dell'elettricita' tedesca da rinnovabili -- record del vento, il nucleare crolla








Le rinnovabili segnano altri record nella nazione, arrivando a generare il 41% dell'energia elettrica nel paese, con 19.5 TeraWatt-ore. Il nucleare invece collassava, ai livelli piu' bassi da 40 anni a questa parte. 


Nella seconda settimana del mese, le rinnovabili arrivano al 51% del totale.
Tutto questo e' impressionante perche' la Germania non e' il Costa Rica, e le quantita' di energia che servono a questo paese, un gigante industriale e produttivo, sono molto piu' grandi del Costa Rica o dell'Uruguay. 

A fare la parte del leone e' stata l'energia da eolico. Il 18 Marzo c'e' stato in record della produzione, con Eolo che regalava 38.5 GW di energia. Il record precedente era arrivato il 22 Febbraio 2017,  poche settimane prima, segno che siamo in fase continua di crescita. 

E' cresciuto anche il sole, sono cresciute le biomasse, e l'idroelettrico. Quello che e' crollato invece e' stato il nucleare, che non e' mai stato cosi basso dagli anni settanta.

Dei 19 reattori nucleari dell'epoca, ne sono rimasti attivi sono otto. Uno di questi, Gundremmingen B, chiudera' in estate.

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Nessuno se n'e' accorto, a casa, ma il giorno in cui questo e' successo, il 21 Aprile 2017, segna una piccola nuova rivoluzione green, perche' e' dal 1882 che il carbone fa parte del sistema energetico inglese.

La prima centrale a carbone del paese venne aperta sulla Holborn Viaduct di Londra. Nel 2015 il carbone dava alla nazione il 23% dell'energia.

Nel 2016, il 9% dell'energia.

Il 21 Aprile, zero. 

Il Regno Unito dice di voler smantellare tutta l'infrastruttura carbonifera entro il 2025.

Il carbone genera il doppio dell'anidride carbonica del gas naturale, e quindi e' un bene che venga eliminato!

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La tendenza e' in realta' in tutta Europa.  Dopo 500 anni di carbone, gli impianti dedicati all energia fossile vengono smantellati a ritmi record.

Non solo il Regno Unito, ma anche la Francia, il Portogallo, l'Austria e la Finlandia stanno chiudendo i loro impianti a carbone, perche' non sono piu' economici, perche' la gente non li vuole piu', perche' il futuro e' altrove.

La spinta verso la chiusura e' arrivata principalmente dal fatto che nel Regno Unito si e' deciso di raddoppiare il prezzo del carbone in vista dell'obiettivo di eliminare del tutto il carbone dal mix energetico entro il 2025, e cosi la produzione di energia dal carbone e' diventata non competitiva con le altri fonti, prime fra tutti sole e vento.

In parallelo le emissioni britanniche di anidride carbonica sono calate del 20%.

E' sempre bene avere degli obiettivi nazionali, intelligenti e ben pensati, Di solito, quando ci sono, e' un segnale che si fa sul serio, ed e' cosi' che le ditte serie si adeguano, cambiano, innovano, in modo da non avere problemi quando la data arriva.

E cosi alla fine, gli obiettivi vengono raggiunti prima del previsto.


Il risultato di tutte queste cose, e' che in Europa adesso, nel 2017, e' piu' economico costruire centrali a sole o a vento, che un impianto nuovo a carbone o a gas.

Entro il 2030 sara' piu' economico aprire un campo eolico che mantere una vecchia centrale a carbone in azione.

Entro il 2036 sara' piu' economico anche aprire un campo solare.

Si stima che nel 2017 il sole per la prima volta superera' il carbone.

In Germania ci sono almeno 27 centrali a carbone in via di chiusura.

In Francia, la Engie, che fornisce elettricita' al paese dice che toglieranno il carbone dal mix entro il 2018.

La Electricite de France ha annunciato la vendita del business del carbone. 

In Danimarca, il prinicipale fornitore di energia, la Dong Energy dice che sara' carbon-free entro il 2023.

Come sempre, occorre solo volerlo, programmare, e partire. 







Friday, April 21, 2017

La concessione OPL 245 in Nigeria. ENI e Shell: pane, petrolio e corruzione







Ben van Beurden, CEO Shell

 Dan Etete, ex ministro del petrolio di Nigeria

Goodluck Jonathan, ex presidente della Nigeria

Claudio Descalzi, CEO ENI

Paolo Scaroni, ex CEO ENI


This is one of the worst corruption scandals the oil industry has ever seen, and this is the biggest development so far. Today’s new evidence shows senior executives at the world’s fifth biggest company knowingly entered a corrupt deal that deprived the Nigerian people of $1.1billion. 
That is more than the country’s entire health budget for 2016.”



finiti nelle tasche di:

$54,418,000 cash
all’uomo d’affari nigeriano Aliyu Abubakar

$466,065,965.44 cash 
al presidente di Nigeria Goodluck Jonathan, 
all’Attorney General (ministro di giustizia) Mohammed Bello Adoke, 
al ministro del petrolio, Diezani Alison-Madueke, 
al ministro della difesa Aliyu Gusau

$280,000,000 cash 
al ministro del petrolio Dan Etete


$10,026,280 cash 
al precedente Attorney General Christopher Adebayo Ojo


$11,465,000 
al senatore Ikechukwu Obiorahm

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Cinque milioni di Nigeriani soffrono la fame. 
Un bambino su cinque non arriva a 5 anni.  
  
Con questo denaro, secondo le Nazioni Unite, 
si potrebbe risolvere il problema fame in Nigeria.

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17 Febbraio 2016.

La polizia olandese irrompe negli uffici della Shell.

Irrompe nell’ufficio del CEO Ben van Beurden a scovare fra scartoffie e documenti legali.

van Beurden chiama il suo CFO Simon Henry.

“Pare che ci sia un qualche tipo di collaborazione fra i magistrati italiani e il dipartimento di giustizia degli USA, ma non ne siamo sicuri.”

“Gli investigatori sono stati diretti e bruschi ”

“Chissa’ chi ci mangia sopra”

Parlavano di Nigeria. Avevano paure delle multe USA che sono le piu’ severe del pianeta per casi di corruzione internazionale.

Il tutto veniva intercettato.

Avevano la coda di paglia.

La Shell e l’ENI hanno orchestrato il piu’ grande caso di corruzione della storia del petrolio a livello mondiale.

Ancora una volta. 

Nel senso che ogni volta che compare sulla scena internazionale uno scandalo petrolio-tangenti, dopo qualche anno ne arriva un altro, piu’ grande, piu’ scandaloso, piu’ schifoso. Molto, troppo, spesso c’e la Nigeria in ballo ed e’ questo che rende il tutto ancora piu schifoso. Perche’ mentre c’e’ chi scambia miliardi e appalti e concessioni, c’e’ un paese sull’orlo del collasso dove la gente muore di fame.

E non e’ un modo di dire, e’ proprio cosi’, in Nigeria c’e’ chi soffre la fame.

Per anni la Shell ha negato di essere conivolta nello scandalo OPL 245, una concessione petrolifera nell’oceano Atlantico di Nigeria. Assieme all’ENI la Shell aveva concordato la compravendita di OPL 245 per la cifra di un miliardo e 300 milioni di dollari nel 2011. Una cifra gigantesca, per una concessione, sulla carta almeno, altrettanto gigantesca. A quel tempo il CEO dell’ENI era Paolo Scaroni, e il CEO della Shell era Peter Voser.

Accordo fatto, soldi versati.

Dopo pochi giorni il denaro scompare dai conti pubblici di Nigeria. O chissa' non c'era mai stato.

Cosa era successo?

L’ora ex ministro del petrolio di Nigeria, Dan Etete, aveva segretamente acquistato i diritti OPL 245 nel 1998, prima della compravendita da parte di ENI e Shell, usando una ditta fasulla, Malabu. Una volta che i petrolieri d’Europa avevano versato i soldi non al governo ma alla Malabu, questa ditta li trasferi’ dritti dritti nelle tasche di politici e burocrati vari nigeriani, fra cui Etete stesso, allora ministro.

Lo scandalo sta nel fatto che, grazie a intercettazioni di telefonate e di email scambiati, emerge che ENI e Shell sapevano che ci sarebbe stato questo “lavoretto” di Etete, e sapevano che i loro soldi non sarebbero finiti nelle casse del governo e della gente di Nigeria, quanto nelle tasche dell’ex ministro e dei suoi amici.

Uno ci deve pensare bene: ditte gigantesche di petrolio che danno un miliardo e trecentomila milioni essenzialmente ad un ministro corrotto invece che al governo, ben consci di stare partecipando in una sorta di mega opera di furto ai danni della gente di Nigeria.

Che appunto muore di fame.

In cambio di cosa? Beh OPL 245 non era una riservina da niente. Conteneva 9 miliardi di barili di petrolio, dal valore, oggi di circa 500 miliardi di dollari; nel 2011, al tempo degli intrighi, prima del collasso dei prezzi del greggio a livello mondiale, forse il doppio.

Grazie a OPL 245 la Shell pote’ annuciare ai propri investitori l’aumento delle proprie reserve petrolifere di un terzo, facendo schizzare in alto il valore in borsa del titolo.

Insomma, per la Shell OPL 245 valeva ogni centesimo dato a Etete.

Per l’ENI il tutto era ancora piu lucrativo, visto che erano gia possessori del titolo confinante, OPL 244.

Il fatto che Shell sapesse del ruolo di Etete emerge in modo chiarissimo dai loro email interni e dalle intercettazioni: la Shell decise lo stesso di andare avanti con la compravendita di OPL 245, nonostante per anni abbiano poi negato qualsiasi coinvolgimento con gli affari di Etete.

Le indagini su OPL 245 partirono nel 2014, grazie a un gruppo di magistrati italiani. Il CEO della Shell era ora diventato van Beuren, subentrato a Peter Vosen nel 2013 e Claudio Descalzi subentrato a Scaroni nel 2014.

Gli email e le telefonate, di cui anche la Shell ammette la veridicita’, sono ora di dominio pubblico e mostrano quello che il New York Times chiama una “rare window into the murky and intrigue-filled business of international oil dealing”. Uno sguardo nel mondo paludoso e pieno di intrighi delle transazioni petrolifere a livello internazionale.

Si, perche’ ci sono dentro un po tutti – spie britnniche, l’ex presidente di Nigeria Goodluck Jonathan, e tutta una serie di loschi personaggi nigeriani, italiani, olandesi, da Dan Etete fino ai CEO della Shell e di ENI.

Ora che sono stati colti con le mani nel sacco, il portavoce della Shell, Andy Norman dice ora che non la sua ditta non aveva scelta.

Doveva per forza trattare con Etete e la Malabu.

Cioe', la Shell ammette. Dice Norman:

“Over time, it became clear to us that Etete was involved in Malabu and that the only way to resolve the impasse through a negotiated settlement was to engage with Etete and Malabu, whether we liked it or not,”

Aggiungono pero’ che pensavano che fosse tutto legale e fatto direttamente con il governo di Nigeria.

In realta’, il CEO van Beurden si era posto il problema se informare o no la Securities and Exchange Commission degli USA, una specie di CONSOB Americana, ma dopo una indagine interna della Shell, si concluse che il tutto sarebbe stato contrario agli interessi della Shell, e ai prezzi delle sue azioni.

La condivisone di queste informazioni sarebbe stata “share price sensitive” come dicono loro in petroliese. Cioe' avrebbe sicuramente fatto abbassare i prezzi delle azioni.

Perche' parlare? 

Al che il CFO Simon Henry gli risponde che “tutto” e’ “share price sensitive”, ridendo.

Pubblicamente avrebbero poi detto di non saperne niente, che queste transazioni erano “morally OK” e “in accordo con le leggi di Nigeria e le pratiche internazionali”

Interessante che a quel tempo la Shell era gia' nel mirino della SEC americana, per avere gia' violato il cosiddetto Foreign Corrupt Practices Act, per avere gia' pagato tangenti in Nigeria. Pagarono alla fine almeno $30 milioni per risolvere le accuse.

Ma facendo altri passi indietro emerge che gia’ ai primi tempi dell’affaire OPL 245, Guy Colegate, dirigente Shell, scrisse ai suoi superiori nel Marzo 2010 dicendo loro che “Etete can smell the money” e ancora “If, at nearly 70 years old he does turn his nose up at 1.2 billion he is completely certifiable, but I think he knows it’s his for the taking. I don’t think he will push it away.”

Queste sono prove, secondo i magistrati, che la Shell ben sapeva cosa stava facendo.

L’email venne mandato al CEO della Shell dell’epoca, Peter Voser, uomo all’epoca potentissimo. Non fece niente. Della serie, occhio non vede, cuore non duole, affare fatto.

E poi, andando ancora piu indietro, c’e’ l’ex agente dei servizio segreti britannici, John Copleston, noto come M16 ed assunto come consulente per la Shell, che gia’ nel 2009 aveva avvertito del fatto che Etete si sarebbe messo in tasca una parte considerevole dei guadagni. Anzi Copleston diceva che il ministro si lamentava che erano troppo pochi i soldi!

Nelle intercettazioni Copleston dice: 

"He spoke to Mrs E this morning. She says E claims he will only get 300m we offering—rest goes in paying people off."

E sarebbe Dan Etete.

Ed oltre a tutti questi regali agli amici di Etete, l’ENI ricevette dei fondi indietro tramite una specie di scatole cinesi a mo’ di rimborsi. Alla fine, un tale Roberto Casula, il Chief Development Operations and Technology Officer, si e’ portato a casa circa 50 milioni di dollari.

Non male no?

Cosa succedera’ adesso. Non si sa.

Il giorno 13 Aprile 2017, all’incontro con gli invesitori, Emma Marcegaglia, presidente dell’ENI, dice che l’ENI non ha fatto niente di male. In precedenza l’ENI aveva mandato dei comunicati stampa in cui diceva che hanno “piena fiducia” nei loro petrol-uomini, a partire da Descalzi.

L’ENI ha una intera pagina web dedicata al tuttappostismo su OPL 245.

Anzi, per bocca della stessa Emma Marcegaglia l'ENI dice di non saperne niente, e che anche se la Shell ha almeno parzialmente ammesso i suoi malaffari, l'ENI stessa e' biancaneve:

"Nessun accordo di Eni con Malabu o pagamento di Eni a Malabu o Dan Etete -- Su Shell noi non formuliamo alcun commento perchè riguarda una posizione terza e non cambia le posizioni di Eni". 

Interessante che la gran parte del malloppo veniva da ENI e non dalla Shell.

I governi di Nigeria, Olanda ed Italia hanno aperto inchieste.

Claudio Descalzi' e' stato accusato di corruzione internazionale.

L’ex CEO Shell I tempi della compravendita di OPL 245 Voser, l’ex ministro del petrolio Dan Etete, e l’ex president della Nigeria Goodluck Jonathan non hanno rilsciato commenti.

A partire dal giorno 20 Aprile 2017 presso il tribunale di Milano saranno sentiti Claudio Descalzi, Roberto Casula e tutta una serie di affaristi e intermediari ENI.

I primi a parlare di questa storia sono stati gruppi internazionali anti-corruzione Global Witness con sede a Londra e Finance Uncovered. Sono stati per loro sei anni di lavoro fatto da una nonprofit inglese. Il tutto e’ saltato poi sulle pagine del Sole 24 ore e Buzzfeed negli USA. Quindi per una volta onore al Sole 24 Ore.

Global Witness ha pubblicato una serie di linee guida per gli investitori mettendoli in guardia di potenziali condanne per corruzione, mancanza di protocolli anti-tangenti, ed anti-corruzione, e mancanza di controllo da parte del consiglio amministrativo di ENi e Shell.

La Nigeria in questo momento e’ in forte crisi. Il collasso dei prezzi del petrolio ha ridotto l’enconomia in macerie, la storia di politici che incassano soldi pubblici e’ una storia che si ripete da anni ormai, la corruzione dilaga. A causa di Boko Haram in varie zone c’e’ mancanza di cibo e pericolo carestia per circa 500mila minori.

Secondo le Nazioni Unite per risolvere la crisi carestia ci vorrebbero 700 mila dollari.

La meta’ di quanto ENI e Shell hanno pagato per OPL 245.
































Wednesday, April 19, 2017

Ombrina atto finale: le ferraglie eliminate entro la fine del 2017 per 2 milioni di dollari





"The decommissioning and removal of the tri-pod structure is 
anticipated to take place during H2 2017 and a 
fixed price contract for this work has been awarded."



Avevamo lasciato Ombrina ad Agosto 2016 circondata di navi per vari giorni, sotto il cielo blu e circondata da un mare ancora piu' blu. I residenti del litorale dei trabocchi vedevano finalmente il concretizzarsi di otto anni di lotta con la dismissione del pozzo piu' contestato d'Italia.

Quelle operazioni di otto mesi fa erano di "plug and abandonment", cioe' letteramente, "tappa ed abbandona". I lavori eseguiti dal jack up Atwood Beacon della Zenith Energy di Londra erano stati essenzialmente di cementificazione totale per evitare che gli idrocarburi del giacimento potessero in qualche modo essere rilasciati nell'ambiente circostante. 

Tutto ando' secondo il protocollo stabilito, e la ditta affermo' che le operzazioni erano state di gran successo, nonostante l'alta concentrazione di gas pericolosi nel pozzi, primo fra tutti l'idrogeno solforato.  Le operazioni costarono 300mila euro.

In questi giorni arrivano altre notizie sul finale di Ombrina: il tripode che si erge (ancora!) dal mare sara' eliminato, secondo la Rockhopper Exploration entro la fine dell'anno, ad un costo che dovrebbe aggirarsi attorno ai 2 milioni di euro

Il tripode e' visibile dalla riva, e fu installato nel 2008, all'inizio della vicenda. La Mediterranean Oil and Gas prima, e la Rockhopper Exploration dopo, non la smantellarono mai perche' pensavano che potesse essere utile durante le fasi future di Ombrina.

Se tutto va secondo i programmi di marcia, nel 2017 verra' eliminato.

E' questo un buon momento per riflettere sul futuro delle lotte petrolifere in Abruzzo. In questi giorni e' sulle cronache la storia del Centro Oli di Viggiano, che sara' chiuso per tre mesi a causa di irregolarita' nelle emissioni e dopo venti anni di continui problemi, anomalie di funzionamento, e disperazione dei residenti. Il governo centrale continua a rilasciare concessioni trivellanti, dal Molise al Veneto. I petrolieri sono intenzionati a lavorare anche entro la fascia protettiva delle dodici miglia cosi tanto agognata per anni da noi tutti.

Tutto questo ci deve ricordare quanto importante e' stato attivarsi nella nostra regione, e soprattutto che queste sono battaglie per la vita. Non si deve mai abbassare la guardia.

Grazie all'ostinazione della nostra gente, non abbiamo avuto ne Ombrina, ne Centro Oli, ne la raffineria della Forest Oil.

Tante altre concessioni sono morte sul nascere. 

Ortona e Bomba non sono diventate nuove Viggiano. 

Ma non dobbiamo mai per un attimo pensare che sia finito qui. I petrolieri sono dietro l'angolo, aspettano il mercato, aspettano le condizioni politiche favorevoli, aspettano che noi dimentichiamo. 

Sta a noi continuare ogni giorno a vigilare, ad essere interessati, a fare, nel piccolo e nel grande quello che possiamo per proteggere il nostro angolo di pianeta.

Ciao Ombrina!


Tuesday, April 18, 2017

Kentucky: una ditta di carbone a costruire un campo solare per dare lavoro agli ex-minatori











Il sole che spazza via il carbone, un po alla volta.

E questa volta e' in Kentucky, dove la Berkeley Energy Group, che estrae carbone da piu di 30 anni, ha deciso di usare un ex sito minerario abbandonato per costruirci un enorme campo solare. Lo scopo e' di portare lavoro e energia ai residenti.

Siamo in Appalachia, una fra le zone piu' povere degli USA (ma davvero) dove regnava suprema l'industria del carbone che e' in declino da decenni.  La Berkeley Energy Group ha un partner rinnovabile, la EDF Renewable Energy, ed insieme stanno mettendo a punto il loro progetto solare.

Il sito che hanno scelto era in realta' una miniera a cielo aperto, creata con la tecninca oscena del "mountain-top removal". E cioe' sparo via una cima di montagna e dalla roccia che si frantuma tiro fuori il carbone, senza dover entrare nelle miniere dalla pancia della terra.  Queste tecniche sono oscene perche' essenzialmente appiattiscono le cime dei monti e le trasformano in una pianuretta innaturale, solcata da strade industriali e di morte.

Quindi anche se quello che stanno facendo adesso e' forse qualcosa di utile, certo il presupposto e' sbagliato. A suo tempo hanno distrutto una montagna per tirare fuori carbone. E questo e' irreversibile. Alla fine tutto quello che si puo' fare dopo, solare o no, e' di mettere le toppe. E questa e' una toppa solare. Meglio una toppa di niente, ma meglio ancora sarebbe stato non distruggere quelle montagne a suo tempo. Si, lo so erano tanti tanti anni fa e non si sapeva di meglio. 

Ad ogni modo e' interessante che a vincere sia stato il sole. E infatti qui, nel migliore dei casi, il nuovo campo solare sara' dieci volte piu grande del campo solare gia' esistente in Kentucky e portera' alla generazione di circa 100 MW.

Quelli della Berkeley Energy Group dicono che non vogliono eliminare la produzione di carbone, ma solo riutilizzare un sito minerario dismesso, e trarne opportunita' di lavoro. Come dire: abbiamo sfruttato e distrutto quello che potevamo, ed ora... voila' facciamo qualcos'altro.  

In realta' il carbone e' qui in declino da tempo, e non regge alla competizione ne' del sole, ne del vento e nemmeno del gas naturale. E poi, c'e' la meccanizzazione del lavoro, e preoccupazioni ambientali che hanno portato al calo dell'occupazione carbonifera. Per fare un esempio, nel 2008 in Appalachia si estraevano 23 milioni di tonnellate di carbone Ora siamo a solo cinque milioni. Il numero di lavoratori e' passato da 14mila a 4mila in meno di dieci anni.
 
Sic transit gloria fossile.

E la cosa interessante e' che anche la materia prima e' in calo qui. Quelli della Berkeley Energy Group dicono che nel sito esatto in cui vogliono fare il campo solare, il carbone non c'e' piu'.

Il sole invece non finisce mai!

Dei dati sul lavoro green abbiamo gia' parlato, ma qui nel Kentucky, i dati diventano vivi e tangibili.

Questa transizione e' una manifestazione reale del fatto che ormai negli USA il lavoro green batte quello black per 5 a 2.  Un altra prova sta nel fatto che c'e' tanto interesse, da parte dei residenti, da parte dei lavoratori e che diverse ditte guardano all'esempio della Berkeley Energy group per fare lo stesso.

Neli USA i principali stati produttori di energia eolica sono il Texas, l'Iowa, l'Oklahoma, la California e il Kansas.  Per il sole invece vince la Calfiornia con a seguire North Carolina, Arizona, e Nevada.   Come dire, non e' piu una questione di repubblicani o di democratici, quanto una scelta intelligente di soldi, praticita', business e di futuro.
 

Monday, April 17, 2017

Il sole del Sud Africa, dal deserto ai tetti






Un altra puntata del progresso delle innovabili si svolge nel deserto del Sud Africa, chiamato Kalahari. 

Qui, una ditta svedese, la Ripasso, ha installato degli specchi che ruotano con il sole.

Gli specchi funzionano da "lente": focalizzano i raggi del sole su un area concentrata e le radiazioni
vanno poi ad alimentare uno Stirling Engine che converte il calore in energia meccanica, usando la compressione ciclica di aria o altri gas. 

Il CEO della Ripasso, Gunnar Larsson ha lavorato per la Kokums, ditta bellica svedese per venti anni ed e' stato li che ha perfezionato lo Stirling Engine: era usato per alimentare i sottomarini militari.

Sebbene l'idea dello Stirling engine risalisse al 1816, i materiali giusti sono stati sviluppati solo nel 1988. A un certo punto Larsson ha pensato che quello che aveva fra le mani poteva essere adattato per l'industria delle rinnovabili. Detto, fatto. Si e' licenziato nel 2008 ed ha aperto la Ripasso.

E' una tecnica ancora sperimentale per adesso, ma il sistema e' interessante perche' permette di operare ad una efficenza del 34%, contro invece il 20% circa dei pannelli fotovoltaici.  Larsson dice di essere soddisfatto: e' riuscito a tirare su capitale per i suoi progetti,  tutti i suoi operai sono del posto,  e i suoi figli gli dicono di essere orgogliosi che invece che distruggere il mondo ora lavora per salvarlo.

Lo Stirling engine fu originariamente ideato nel 1816 come una alternativa al motore a vapore. Funziona a compressione ciclica di gas o di altri fluidi a varia temperatura, in maniera tale che alla fine il calore stesso viene trasformato in lavoro meccanico. Il ciclo e' chiuso di modo che il fluido e' contenuto nel sistema. Per quasi un secolo non trovo' grandi applicazioni, ma e' molto piu' efficente rispetto ai sistemi a vapore tradizionali, e' silenzioso e puo' utilizzare qualsiasi fonte di energia. La differenza fra lo Stirling engine e i motori tradizionali che usano l'Otto cycle (quello presente nelle macchine a benzina_ o il Diesel cycle e' che qui la combustione accade esternamente al motore.

Questo progetto fa parte di una serie di iniziative prese dal governo del Sud Africa dal 2008 per elettrizzare la nazione.

Come tanti altri paesi d'Africa qui c'era copertura insufficente dalla rete elettrica, e la corrente dove c'era andava via spesso.  Il tutto e' stato anche inasprito dai decenni della segregazione razziale quando ben pochi investimenti furono fatti in quartieri non bianchi.

E cosi' hanno iniziato ad investire nel sole e nel vento, come fonte energetica. Sono ancora dipendenti in parte dal petrolio e dalle fossili per l'elettricita' ma nel 2012 sono stati il paese con il maggior investimento in rinnovabili nel mondo, grazie alle sue risorse e alla sua posizione geografica.  Se invece si guarda alla percentuale di investimenti rispetto al PIL della nazione, e non in numeri assoluti, il Sud Africa e' stato quarto, dopo Uruguay, isole Mauritius e Costa Rica.

Non male no?

L'obiettivo e' di arrivare a 20 GW nel 2030.

E cosi sorgono nel paese una miriade di impianti solari, sole sui tetti, e voglia di progresso. E le rinnovabili non sono solo per le zone meno ricche del paese: spesso le si usano anche per zone di turismo remote, come safari o immersi nelle foreste.

Google ha investimenti qui, fra cui nel Jasper Solar Energy Project che fornisce elettricita' a 80mila persone e cosi pure Tesla che ha iniziato a vendere la batteria Powerwall.  E' di notizia recente che anche il governo di Francia ha investito 477 milioni di dollari per aiutare ad espandere la rete elettrica da fotovoltaico in Sud Africa. La ditta che la gestisce si chiama Eskom e i fondi francesi saranno usati in un arco di tre anni.
 
Il Sud Africa ha quello che viene considerato il principale programma solare del continente: il cosidetto Renewable Energy Independent Power Producer Procurement Program (REI4P), che le altre nazioni d'Africa cercano di emulare.  Non e' immune da critiche - ad esempio sono accusati di privilegiare i grandi impianti, spesso stranieri, a discapito del sole sui tetti, o di non avere usato a sufficenza manodopera locale, creando know-how e piccola imprenditoria fra i residenti.

In generale pero' REI4P e' considerato un successo ed un "best kept secret" grazie ai bassi costi dell'energia e, nel suo complesso, per avere portato, con tutti i suoi problemi, un po piu di elettricita' nelle case dei sudafricani. 




Saturday, April 15, 2017

Centro Oli ENi di Viggiano. 2017: chiuso per inquinamento; 1998: petrolio bene comune da spalmarsi su tutta la Basilicata




Il centro Eni di Viggiano (Potenza)





Oggi 15 Aprile 2017 il Centro Oli di Viggiano e' stato chiuso per la presenza di vari inquinanti, fra cui manganese, ferro e idrocarburi policiclici aromatici, secondo il Corriere della Sera presenti in quantità «molto cospicua» e arrivando fino al fiume Agri. Tutto questo e' stato -- finalmente -- deciso dal presidente della regione  Marcello Pittella.

Perche'? Perche' finalmente dopo venti anni di incertezze e di si-no-ma-ni, anche l'ARPAB di Basilicata, l'ente per la protezione ambientale della regione che in venti anni di petrolio ha protetto poco e niente, finalmente si e' dovuta arrendere all'evidenza.

C'e' l'inquinamento. E siccome l'ENI ha fatto finta di non sentirci, e' scattato il provvedimento per la chiusura.
Tutto questo e'  l'epilogo inevetabile di QUALSIASI opera petrolifera.

Che siano centro oli, che siano pozzi, che siano oleodotti, che siano raffinerie.

Prima o poi qualcosa succede, ci vorranno dieci, venti anni; ci saranno le autorita' a fare finta di niente, i petrolieri cercheranno di coprire e di far passare il tuttapposto, ma alla fine, alla fine, la verita' e le leggi della fisica e della chimica vincono. E vincono sempre.

Non e' mai successo, da nessuna parte, in tutto mondo che il petrolio abbia portato a cose positive per chi ci vive vicino. 

Mai, mai, mai.
Non ci sono royalties che tengano.
In questo caso, se dopo anni di tuttapposto da parte di Marcello Pittella e del gothe petrol-politico di Lucani, si e' arrivati a fermare la produzione, vuol dire che davvero c'era qualcosa di molto grave a Viggiano. 

E tutto questo dovrebbe essere di monito a chiunque si trovi in Italia a vivere vicino a localita' prese di mira dai petrolieri: da Vercelli a Ravenna, dal Delta del Po a Rotello, da Carpi a Monopoli. Il tempo di ribellarsi e' adesso, prima che arrivano, non dopo. Dopo non si puo' che restare a guardare, spesso impotenti, a respirare monnezza, a vivere una democrazia falsa e marcia, finche' dopo venti anni, qualcuno non si sveglia e decide di fare qualcosa, magari perche' non ha alternative.

Ma quanta gente si e' ammalata in venti anni?

Ma quanta gente e' morta in venti anni?

Non lo sapremo mai.

Voglio concludere ricordando quando l'ex sindaco di Viggiano, Vittorio Prinzi, diceva che il petrolio era un bene da spalmarsi su tutta la regione.

Finche avremo gente cosi in Italia a governare non andremo avanti.

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Cristo si e' fermato a Viggiano.

Vittorio Prinzi, Sindaco del comune di Viggiano, X Commissione (Attività Produttive) della Camera dei Deputati, 9 Luglio 1998:

"Ringrazio il presidente Nesi, la Commissione e i parlamentari lucani per aver voluto l'audizione odierna e per tutto quello che hanno fatto, stanno facendo e faranno per la soluzione della questione petrolio. Viggiano ha 3.200 abitanti, è situato a 1.000 metri di altitudine e si può ritenere attualmente il cuore petrolifero della Val d'Agri; il suo territorio fin dai primi anni ottanta è stato interessato dalle attività di ricerca e di esplorazione che hanno portato alla scoperta dell'enorme giacimento di idrocarburi, di cui via via si sono rivelati l'entità e il valore energetico.

Nel territorio di Viggiano, specificatamente nell'area industriale esistente fin dal 1970, è ubicato il centro olio - in esercizio dal 12 aprile 1996 - in cui viene eseguito il primo trattamento del petrolio, ossia la separazione dell'olio dal gas, dallo zolfo e dall'acqua; dal centro partono quotidianamente un centinaio di autobotti alla volta della raffineria di Taranto.

Nel nostro territorio si trova il maggior numero di pozzi finora perforati, lì su 18, di cui quattro collegati al centro olio, tutti in produzione ed uno in prova, per l'estrazione giornaliera di circa 8 mila barili. A Viggiano nel 1992 è stato costruito il primo consorzio di autotrasportatori, oggi composto di circa 50 unità, che gestisce per conto dell'AGIP petroli poco più del 50 per cento del trasporto del petrolio. Su indicazione dell'ENI-AGIP sono stati costruiti anche parecchi consorzi di imprese, in joint-venture con società che in precedenza avevano rapporti di produzione con l'AGIP. Per queste ragioni Viggiano si è trovato per primo a fare i conti con l'attività di ricerca e coltivazione del petrolio attraverso tre fasi.

Il presidente Nesi è interessato a sapere quale atteggiamento ha assunto la popolazione: ebbene, nella fase iniziale si è registrata una totale inconsapevolezza del fenomeno estrattivo, legata principalmente alla mancanza di informazioni da parte delle società petrolifere, alla difficoltà di interloquire con esse e di controllare il loro operato sul territorio, tanto che le popolazioni e i sindaci le hanno accusate di arroganza e di neocolonializzazione; la seconda fase è stata caratterizzata dalla preoccupazione per gli effetti dannosi prodotti dall'attività di ricerca petrolifera sui beni ambientali e sul tessuto produttivo, in verità molto tenue, che faticosamente i piani di sviluppo regionali e gli interventi statali erano riusciti a creare nel settore agricolo e turistico (sul settore industriale mi soffermerò in seguito): di qui il timore che il petrolio arrecasse molti danni e pochi benefici misurati con i pochi posti di lavoro, per giunta temporanei, che l'attività estrattiva creava e avrebbe creato nel futuro. E' stata questa la fase più convulsa, quella del «petrolio sì, petrolio no », resa ancora più difficile dal sovrapporsi della discussione sulla istituzione del parco del Lagonegrese e della Vai d'Agri, in una parola dal dilemma parco-petrolio. Nella fase di aspro confronto tra ambientalisti e petrolieri e di forti tensioni tra i rappresentanti delle istituzioni locali e tra questi e le società petrolifere è maturata la scelta dell'intesa, nel senso di consentire lo sfruttamento del petrolio a condizione che si avessero ricadute in termini di sviluppo e di occupazione. Accettando il petrolio come risorsa ed opportunità irripetibili, si è dato avvio alla terza fase, quella della trattativa tra la regione e l'ENI, con il raggiungimento dell'intesa che recepisce le attese delle popolazioni e degli amministratori locali.

Aspetti centrali dell'intesa riguardano la salvaguardia e la valorizzazione dell'ambiente, la possibile convivenza parco-petrolio nonché la questione lavoro. In proposito siamo consapevoli che l'attività estrattiva crea pochissimi posti di lavoro sia direttamente, sia nell'indotto; per questo alla tesi dello sviluppo spontaneo sostenuta dall'ENI, con l'accordo regione-ENI si è contrapposta quella dello sviluppo promosso, aiutato, con il coinvolgimento diretto dell'ENI che partecipa - così come previsto nell'intesa - sia alla società per la promozione dello sviluppo, sia alla società energetica regionale attraverso risorse ed incentivi.

Vogliamo affrontare due sfide, quella della compatibilità dell'ambiente con il petrolio, rispetto alla quale è necessaria la perimetrazione del parco a livello di Ministero dell'ambiente - al quale è stata trasmessa la proposta della regione Basilicata - , nonché la sfida dell'occupazione e del superamento del ritardo nello sviluppo. Per superare quest'ultima sfida occorrerà far ricorso a tutte le risorse di cui il territorio regionale dispone; da parte del Governo invece è necessario un intervento ed un impegno a ristoro del notevole contributo che in campo energetico la Val d'Agri dà all'intero paese. Il Governo, attraverso i ministeri competenti, deve attivarsi per superare il deficit infrastrutturale e l'isolamento di quest'area della Basilicata. Il sindaco di Corleto Perticara ha accennato alla Saurina, io aggiungo il completamento della Tito-Brienza oltre che la trasformazione dell'aviosuperficie di Grumento in aeroporto, anche di terzo andrebbero finanziate attraverso le royalties e in base ad livello. Il Governo deve altresì intervenire con una serie un piano di priorità.

Lo stesso discorso dovrebbe valere di incentivi mirati per rendere appetibili le nostre aree industriali. Per quanto riguarda l'area di Viggiano non cominciamo da zero, signor presidente, nonostante il passato sia gravato da esperienze in gran parte fallimentari: a due tentativi di industrializzazione - il primo agli inizi degli anni settanta, il secondo legato all'articolo 32 della legge n. 219 dopo il terremoto del 1980 - sono seguiti fallimenti aziendali e la cassa integrazione per oltre 200 lavoratori, una cifra enorme per la nostra piccola realtà. Una delle cause della situazione va ricercata nella carenza di condizioni di vivibilità aziendale (trasporti, mancanza di servizi, costi sopportati per supplire a tale carenza, accesso al credito e via dicendo) per cui farebbe bene il Governo, nell'ambito dell'intesa con la regione , a consentire l'estensione del contratto d'area alle aree consortili limitrofe a quelle individuate dalla legge n. 219 oltre che alle aree industriali ricadenti nel territorio interessato dall'attività estrattiva. Non solo l'area di Viggiano, ma anche quelle del Senisese, di Isca Pantanelle e del Lagonegrese andrebbero finanziate attraverso le royalties e in base a un piano di priorità.

Lo stesso discorso dovrebbe valere per il patto territoriale della Val d'Agri, che potrebbe contribuire a quello sviluppo dal basso di cui tanto si parla, coinvolgendo tutti i soggetti, pubblici e privati, che grazie al petrolio, valutano interessante la Val d'Agri per i propri investimenti. Voglio sottolineare che le popolazioni di questa valle contano molto sulla sensibilità del Paese, del Parlamento e del Governo e vorrebbero sfruttare appieno la risorsa petrolio per uscire dalla condizione di emarginazione di cui soffrono. Per quanto riguarda la riflessione dell'Onorevole Pagliuca, noi amministratori siamo tutti d'accordo nel ritenere la risorsa petrolio un bene dell'intera regione Basilicata, da spalmarsi sull'intero territorio, cominciando prioritariamente dalle aree che posseggono tale risorsa