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Sunday, July 23, 2017

L'uomo ha prodotto 8.3 miliardi di tonnellate di plastica, diciotto volte il peso della popolazione umana







Quant'e' 8.3 miliardi di tonnellate?

E' la quantita' di plastica prodotta ogni anno dall'uomo dal 1950 ad oggi. Solo il 9% e' stato reciclato e il 12% bruciato. Questo vuol dire che circa 7 milardi di bottigliette e contenitori e' diventata immondizia.

8.3 miliardi di tonnellate e' diciotto volte il peso della popolazione mondiale, e' il peso di un miliardo di elefanti.

Questo e' quello che emerge da uno studio condotto da Roland Geyer, professore di scienza dell'ambiente presso l'Universita' della California a Santa Barbara assieme a colleghi della University of Georgia e della Sea Education Association.

Dice che e' stato sorpreso lui stesso dell'enorme quantita' di materiale prodotto in un tempo cosi breve.

La cosa ancora peggiore e' che la tendenza e' in aumento: la maggior parte di questa plastica e' stata prodotta negli ultimi 13 anni: fra il 2004 e il 2015 abbiamo prodotto tanta plastica quanto fra il 1950 e il 2004.

I primi "prototipi" di plastica vennero commercializzati a partire dall'inizio del 20-esimo secolo e si chiamava Bakelite. Ma e' solo dopo la seconda guerra mondiale che ci fu un esplosione dell'uso di questo materiale.

Le stime sono state fatte usando dati sulla produzione globale collegata all'industria della plastica, come per esempio il mercato della resina o di fibre plastiche, come compilato annualmente da associziazioni del settore. Dati invece sull'incerimento e sul reciclaggio sono arrivati da agenzie ambientali, come la U.S. Environmental Protection Agency, PlasticsEurope, la Banca Mondiale e i dati ufficiali del governo cinese.

Molta di quella plastica finisce in mare: ogni anno fra 5 e 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani di tutto il mondo: nessun corpo d'acqua ne e' immune.
La plastica e' uno dei principali manufatto del mondo, e la sua crescita pare innarrestabile da 65 anni a questa parte. Si produce solo piu' cemento e acciaio, ma mentro cemento ed acciaio sono duraturi, la plastica la prendiamo e la buttiamo via. 

Meta' della plastica prodotta diventa monnezza dopo quattro anni dalla produzione. 

E, ovviamente, tutto cio' che rende la plastica desiderabile - durabilita' e flessibilita' - la rendono anche difficile da degradare o da assimilare da parte della natura.

In mancanza di una strategia per la sua degradazione e' come se essenzialmente stessimo facendo un grande esperimento su questa terra: mettere in circolazione milioni e milioni di oggetti
che la natura non sa come gestire, modificando tutti gli equilibri di sistemi terrestri e acquatici.
E cosi abbiamo uccelli con plastica in corpo, o scenari futuri in cui ci saranno piu' pezzi di plastica in mare che pesci.

Secondo Geyer tutto parte a monte -- impacchettamento fuori controllo, mancanza di riuso, cultura dell'usa e getta.
Ma la plastica e' anche spesso in posti dove non pensiamo: anche in fibre usate per vestiti, come il  nylon che e' continuo aumento.  Un milardo di tonnellate di quelle otto.tre prodotte dal 1950 ad oggi veniva da fibre tessili.

Come sempre, tutto parte da noi, dal consumatore che *chiede* tutte queste comodita' e che non si rende conto che la bottiglietta di plastica di una persona, moltiplicato per sette miliardi di persone, fa sette miliardi di bottiglette di plastica.

E mentre noi parliamo, la plastica e' arrivata fino in Artico, su isole remote del Pacifico non abitate dall'uomo, e in mezzo agli oceani.
 
Sta a ciascuno di noi salvare quella bottiglietta e diventare piccoli attivisti, di modo che anche gli altri salvino le loro.

Tuesday, July 18, 2017

Bocciato l'airgun norvegese al largo della Sardegna








L'airgun in mezzo alle nuove proposte Aree Speciali Protette di Importanza Mediterranea
e' stato bocciato dal Ministero dell'Ambiente il giorno 14 Luglio 2017





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Un'altra buona notizia, di cui sono contenta, perche' come per la Sicilia, l'Abruzzo, la Sardegna, la Lombardia, ovunque ci siamo organizzati e lottato, come collettivita', e non ci siamo arresi, i risultati sono arrivati.

L'airgun proposto dalla societa' TGS-NOPEC Geophysical Company al largo delle coste sarde e' stato bocciato dal Minsitero dell'Ambiente.

Bocciato "In nome del popolo italiano". E' sempre bello vedere queste parole quando sotto c'e'   qualcosa di positivo, perche' e' questo quello per cui i nostri governi dovrebbero lavorare e prendere le decisioni. In nome del popolo italiano.

Si tratta di un area di circa 6000 kmq, a una distanza di 45-75 chilometri da riva e in cui eseguire ispezioni sismiche in 2D e in 3D. In totale avrebbero acquisto oltre 7,800 chilometri di linee sismiche, cosi tante perche' in 3D la presa dati e' maggiore che in 2D, visto che si vuole una maggiore risoluzione del sottosuolo.

Il progetto si chiama "Prospezione geofisica d 2 E.P-.TG" e riguardava le provincie di Oristano e di Sassari, con in mezzo i comuni di Stintino, Oristano, Bosa, Tresnuraghes, Olbia, Cuglieri, Alghero, Porto Torres, Sassari, Narbolia, San Vero Milis, Villanova Monteleone, Magomadas.

Erano a 15 miglia da zone protette!
Quale arroganza, eh? 

La ditta invece ha sede ad Asker, Norvegia: avrebbero fatto airgun per circa 80 giorni per la presa di dati in due dimensioni e poi per 120 giorni per quella in tre dimensioni: 200 giorni di spari ad alta intensita' in mare, ogni dieci secondi, 24 ore su 24. 

Ed e' interessante vedere la prepotenza e la supponenza di questa TGS-NOPEC Geophysical Company, che nessuno ha mai sentito nominare prima e che vuole volere comandare e a spuntarla, nonostante gli si dica di no.

Erano arrivate varie osservazioni, da cittadini, dalla regione Sardegna, dai comuni di Cuglieri e di Narbolia (OR) alla quale la  TGS-NOPEC Geophysical Company, aveva risposto di ritenere che

"al momento esista una visone sproporzionata ed incorretta dell'impatto negativo della prospezione geofisica"

Certo, agli occhi di qualsiasi petrolieri le legittime preoccupazioni di cittadini sono sempre sproporzionate ed incorrette. Loro devono trivellare, costi quel che costi, e per loro siamo e saremo sempre una spina nel fianco.

Poi ancora. Chiedono al governo di ottenere una sospensione di circa sei mesi per districare la faccenda, per altri incontri e

"affinche' venga compresa a fondo la tecnologia utilizzata e la Commissione abbia una conoscenza piu' aggiornata della proposta"

Cioe' per cercare di intortarseli meglio al Ministero.

Interssante che il Ministro dei Beni Culturali abbia detto si, ma che invece e' proprio quello dell'ambiente, di Gianluca Galletti, che abbia invece detto il no finale.

Ecco, un altra pagina di buon senso, per la Sardegna, per l'Italia, per il pianeta tutto. Come sempre non e' solo l'airgun, e' tutto quello che viene fuori dopo l'airgun, -- petrolio, infrastruttura, inquinamento, pericoli di scoppi, cambiamenti climatici, democrazie malate.

Ecco, in Sardegna, ci siamo risparmiati tutto questo.

Qui ci sono tutte le immagini e il progetto in maggiori dettagli. 

Bravi a tutti quelli che si sono dati da fare, e sopratutto, caro Minsitro Galletti se l'airgun non e' accettabile qui, non lo e' da nessuna altra parte dei nostri mari d'Italia.






Sunday, July 16, 2017

Le suore inaugurano cappella sacra lungo il percorso di un oleodotto per fermarlo







It's not just about this pipeline.
It's about drawing awareness to what fossil fuel usage has done to the poor, 
to communities, and to the planet."

"We see this as a moral, religious, and spiritual stand"

Suor Sara Dwyer
“This just goes totally against everything we believe in
 we believe in sustenance of all creation,”  


"We just wanted to symbolize, really, what is already there: 
This is holy ground,”
Suor Janet McCann,





Un'altra storia di Davide contro Golia, con tanta creativita' e immaginazione.

Siamo a Lancaster, Pennsylvania, dove un gruppo di suore il giorno 9 Luglio 2017 ha dedicato una cappella in un campo agricolo. La cerimonia e' stata guidata da Suor Janet Mc Cann.



E' una cappella semplice, anzi, non ha neanche le mura vere e proprie, solo delle panchine benedette e ed un altare. Ma lo scopo e' ben preciso: fermare la costruzione di un oleodotto fra quegli stessi campi.  La cappella all'aria aperta e' il modo in cui le "Adorers of the Blood of Christ" un gruppo di suore cattoliche ha deciso di protestare contro la decisione della Atlantic Sunrise Pipeline di costruire un oleodotto per il trasporto di gas, tagliando 183 miglia attraverso la Pennsylvania.

L'ordine delle "Adorers of the Blood of Christ",  ha circa 2000 suore in giro per il mondo, e la loro missione e' quella della protezione ambientale e dell'attivismo.  Come ordine hanno protestato impianti idrolettrici in Brasile e progetti di miniere aurifere in Guatemala.

Non ne avevo mai sentito parlare prima ed e' proprio una bella cosa sentire di queste suore, che paiono tutte non giovanissime, facciano attivismo per la loro terra, e per la terra di tutti.

Il campo su cui sorge la cappella appartiene alle suore e viene coltivata da terzi, ma il governo ha dato alla ditta che vuole costruire l'oleodotto, la Williams Partners, il permesso di costruire tramite esproprio. 

In teoria le suore non hanno dunque piu voce in capitolo. Ci sara' una udienza il giorno 17 Luglio, ma le suore hanno voluto protestare in questo modo, oltre che con la causa federale, secondo la quale le loro liberta' religiose sono state infrante dai petrolieri e dall'esproprio.
Attorno a loro il gruppo attivista piu' largo Lancaster Against Pipelines  che hanno aiutato le suore ad organizzarsi. L'idea e' che se questa Williams Partners proprio vuole la terra, dovranno spuntarla in tribuale e poi distruggere altare e banchi benedetti.

Secondo le suore la loro protesta "religiosa" e' perche' l'oledotto viola i loro principi etici, in quanto
la terra, secondo cio' che insegna la Bibbia e' un santuario da essere protetto. 

Dicono che non e' solo la questione oleodotto, quanto tutte le conseguenze nefaste dell'industria del petrolio e del gas, sull'ambiente, sui poveri, alle comunita'. Ovviamente i petrolieri sparano numeri grandiosi: l'oleodotto portera' energia a ben 7 milioni di case e portera' lavoro ai residenti.

La cosa strana e' in genere, negli USA, l'esproprio si usa per costruire scuole e strade, per opere di utlita' pubblica, e non per opere private, come in questo caso, dove i vantaggi andranno solo a quelli della Williams Partners.

Ad ogni modo, in 300 sono venuti all'inaugurazione della cappella il giorno 9 Luglio e c'e' stato da allora un viavai di persone di ogni credo religioso che ha lasciato dei fiocchetti in segno di solidarieta'.

Ovviamente non sappiamo se questa azione fermera' i petrolieri, ma e' bello, sempre, sentire di comunita' che resistono il mostro.

La Statoil Norvegia apre il piu' grande campo eolico galleggiante del mondo in Scozia







Fino a pochi anni fa era considerata una tecnologia sperimentale per generare energia rinnovabile. Adesso diventa realta' dalla Norvegia alle coste di Scozia.

E' il progetto Hywind, fatto di cinque turbine eoliche in mare al prezzo di 230 milioni di euro e che sara' elettricita' a 20mila case.

Ed e' innovativo perche' e' un impianto galleggiante, collegato con cavi al sottouolo marino. Altri campi eolici a mare riescono a generare ancora piu' elettricita', ma questa e' la prima volta che lo si da con impianti galleggianti e non montati, fissi, al sottosuolo. Ma il progetto e' innovativo anche perche' alla guida di tutto c'e' la piu' grande ditta nazionale di petrolio di Norvegia.

E' la Statoil che cerca di diversificare il suo portfolio. Irene Rummelhoff, che guida il settore "low-carbon" della ditta norvegese dice che questo progetto apre le porte ad una quantita' illimitata di energia dal mare.

Di solito, i campi eolici a mare con postazione fissa si possono mettere al massimo in acque che arrivano a 40 metri di profondita'. E questo vuol dire che se la ventosita' maggiore e' piu' a largo,  oltre i 40 metri, quelle localita' non sono accessibili. Adesso invece con questi impianti galleggianti si puo' arrivare fino a 700 metri, aprendo altre porzioni di mare al vento. Secondo Irene Rummelhoff si potra' presto arrivare a profondita' ancora superiori, nella speranza che la visibilita' sia sempre minore.

Tutto questo fa si che altri paesi dalla conformazione geografica non adatta ai 40 metri delle turbine ancorate al sottouolo possono sviluppare meglio il loro potenziale eolico con queste strutture galleggianti - Francia, Germania, UK. I costi per ora sono elevati, date le complessita' tecniche di stare in mare aperto, ma si spera che con il tempo, e la standardizzazione, e l'esperienza, si possano ridurre.

Anche per la Statoil le ambizioni sono piu' grandi di Hywind, vogliono aprire anche alle Hawaii e in California, Giappone e Corea. 





Saturday, July 15, 2017

La Rockoppper vende sei concessioni alla Northern Petroleum: obbligo di ripristino ambientale di 3 milioni di euro









Dal 2012 ad oggi la Rockhopper Exploration ha perso il 90% del suo valore: da 200 pence nell'Agosto di 5 anni fa, a 20 pence al Luglio del 2017.

E' evidente che le cose non vanno bene. Oltre ai prezzi del petrolio collassati sul mercato globale da un paio di anni ormai, la debacle Ombrina Mare dalla quale sperano stoltamente di recuperare 150 milioni di dollari, il 14 Giugno hanno anche annunciato che un pozzo appena trivellato in Egitto era sterile. 

Da qualche parte devono pur recuperare il denaro.

E cosi decidono di vendere tutte le loro concessioni su terraferma in Italia alla Northern Petroleum. Le chiamano concessioni "non-core", cioe' non fondamentali, e lo fanno per "snellire" le loro operazioni e per "rettificare" i costi.

Sono in genere parole per dire: stiamo cercando di salvare il salvabile.

La Northern Petroleum ha pagato 1.6 milioni di euro in cambio di sei concessioni, totali e parziali sparsi per l'Italia, e che sono qui elencate:

100% Scanzano (71 kmq, Basilicata)
60% Monte Verdese (60 kmq, Basilicata, il restante 30% e della Gas Plus e il 10% della Petrorep)
50% Torrente Celone (80 kmq, Puglia, il restante 50% e' della Edison)
100% Aglavizza (7 kmq, Abruzzo)
100% Civita (276 kmq, Abruzzo)
85% San Basile (98 kmq, Abruzzo, il restante 15% e' della Irminio)

Oltre agli 1.6 milioni di euro di prezzo, ci sono i costi associati alla manutenzione, debiti, e spese varie che sono passati alla Northern Petroleum per circa 2.8 milioni di euro.  E poi i costi di dismissione e di ripristino ambientale, passati anche loro alla Northern Petroleum di 3 milioni di euro per un totale di dieci anni stimati di lavoro.

In totale, fra debiti e spese di ambientale la Northern Petroleum ha dunque speso 7.4 milioni di euro.

Dunque, impariamo da tutto cio' che:

1. Circa 600 kmq di territorio italiano per trivellare valgono 7.4 milioni di euro;

2. Le spese ambientali su sei concessioni ambientali sono di tre milioni di euro. Anche se non e' un conto accurato (sono diverse fra loro, per estensione territoriale e per livello di struttamento) questo vuol dire che ogni concessione si riduce in circa 500mila euro di danni. E' una cifra da tenere in mente come ordine di grandezza quando si parla dei fantasmagorici litri e litri di petrolio che queste microconcessioni porteranno all'Italia e il costo totale di guadagno per loro e di veri costi per la collettivita'.

E la Rockopper?

Da tutta questa transazione oltre agli 1.6 milioni di euro ricevuti direttamente dalla Northern Petroleum, hanno ricevuto circa 1 milione di euro indietro come value-added-tax refund dal governo.

Cioe' lo stato italiano le restituisce l'IVA!

Bell'affare no?

Resteranno in Italia con la concessione a gas Guendalina e il permesso Serra San Bernado.
E poi, andranno a trivellare in altre localita' del Nord Africa.


Altro giro, altra corsa.


Thursday, July 13, 2017

South Miami: la prima citta' della Florida con obbligo di fotovoltaico sui tetti










“We are running out of time. 
It benefits everybody except auto companies and the utilities.”

Il sindaco di South Miami, Philip Stoddard 
 

La citta' di South Miami ha appena approvato una legge che obblighera' i proprietari di case nuove e quelli che le ingrandiscono di installare pannelli solari sui tetti.

E cosi, dopo Lancaster, San Sebastopol e San Francisco in California, arriva un comune della Florida in questa lista delle citta' USA con l'obbligo del sole sui tetti.

L'idea e' del sindaco di South Miami, Philip Stoddard, professore universitario di biologia e da sempre preoccupato per i cambiamenti climatici e sensibili a temi di efficenza energetica. 

Da come la vede lui, questa decisione aiutera' a diminuire le emissioni di CO2 e a contenere gli aumenti di temperatura. Sopratutto servira' a garantire che Miami esista ancora fra qualche generazione, visto che gli effetti dei cambiamenti climatici, nella forma di livello del mare che si innalza, e di allagamenti, sono sotto gli occhi di tutti qui.

C'e' pero' sempre l'avvocato del diavolo, con il solito mantra che questo provvedimento sara' nefasto per i cittadini, specie i piu' poveri. Altre giustificazioni per non volere i tetti al sole: per prendere il sole sui pannelli occorrera' in molti casi tagliare alberi che fanno ombra. Altri invece dicono che la citta' dovrebbe preoccuparsi di piu' della criminalita'. E se arriva l'uragano a portarsi via il pannello?

Altri ancora con il concetto della liberta' personale, e che dovrebbe esssere una "scelta".
Siamo o non siamo "the land of the free?"

Ma ... chi sono questi che non vogliono il sole sui tetti?

Vai a vedere sono tutti pagati dal gestore tradizionale dell'energia elettrica, la FP & L, la Florida Power and Light. Una specie di ENEL locale.

E' evidente che con i sole sui tetti si usera' meno energia, o comunque meno energia centralizzata, e il loro business sparira'. E quindi quelli della FP & L hanno cercato un po' di nascondersi dietro questa cosa dei costi, facendo finta di preoccuparsi dei meno abbienti, e cercando di seminare dubbi e preoccupazioni fuori luogo.

Tutte queste discussioni inutili solo per tenersi quanto piu' profitto possibile per se, e per quanto piu a lungo possibile, insomma.

E infatti alla fine, il sindaco e la giunta ha votato ed ha approvato la legge dei pannelli con 4 voti a favore e uno contrario.

Il sindaco ha ricordato che in altre citta' della Florida del sud ci sono altri obblighi -- di piantare alberi, di avere tetti con determinate caratteristiche architettoniche --  il tutto a spese dei proprietari delle case, e nessuno di quelli della FP & L si e' mai lamentato o ha cercato di proteggere i piu' poveri da questi costi.

Perche' lo fanno solo ora con i pannelli solari?

E evidente no?

E cosi, chiaro chiaro, il sindaco Stoddard ha detto: qui gli unici che ci perdono sono i petrolieri e quelli della FP & L.

"The only ones who are not being helped by this are FP &; L and Exxon" -- parole testuali.

Facciamo un passo indietro. Qui negli USA la disuguaglianza e' evidente. Come dice mia mamma, in alcuni posti o hai la Porche o non hai niente. Miami e' un po cosi, e lo sono pure molte altre grandi citta', Los Angeles compresa. Un po' per come e' strutturata l'economia, un po' per il grande potere delle lobby e dei ricchi, e un po' perche' continua ad arrivare capitare straniero che tende a distorcere tutti i delicati equilibri sociali. Primo fra tutti quello del mercato immobiliare.

Cioe': arrivano cinesi e sud-americani, nigeriani e russi, iraniani e sauditi con soldi qualche volta di dubbia provenienza, tutti cash, comprano e portano il mercato ad esplodere. E cosi le persone normali non possono competere, e la gentrificazione galoppa.

Non so se sia cosi anche in Italia.
Ma qui spesso questi ricconi comprano casette piccole, le demoliscono e ci fanno le loro Mac-Mansions, orribili mega ville case in stile "italiano" che fanno pieta'.

Ecco, questa legge dei tetti al sole per chi ingrandisce piu' del 75% rispetto all'originale e' dedicata in primo luogo a loro.

A chi demolisce casette per farci ville mastodontiche e per i quali i soldi non sono certo un problema. 
Almeno che ci mettessero i pannelli solari.

Il sindaco ha anche ricordato che il sole sui tetti abbassa i costi della bolletta e da' valore aggiunto alle case. Sensa dimenticare che il costo del fotovoltaico continua a calare. Il consigliere Gabriel Edmund ha ricordato che quelle di cui sopra erano esagerazioni, e che le nuove regole saranno applicate quasi sicuramente solo verso le case piu' di lusso. 

Le uniche o quasi che si costruiscono in questo momento a Miami.
Miami New York Los Angeles South Miami becomes first city in Florida to mandate solar panels on new homes Despite opposition from residents, owners of new homes and those increasing square footage by 75% must spend $25k on solar panels By Francisco Alvarado | July 13, 2017 02:45PM Solar panels. (Credit: Getty Images) South Miami is now the first city in Florida to require owners of new homes to spend $25,000 on solar panels, joining San Francisco and two small cities in California as the only local jurisdictions in the United States with similar renewable energy building regulations. Late Wednesday evening, the city commission approved the legislation 4-1, despite vocal opposition from developer representatives, consumer protection groups and some South Miami property owners. The new law also applies to existing properties whose owners increase the square footage of a home by 75 percent or more. South Miami Mayor Philip K. Stoddard, who has long advocated for renewable energy solutions to combat sea level rise and global warming, said making property owners install solar panels would help reduce carbon emissions and rising temperatures. “This is about my children and my grandchildren and your children and grandchildren,” Stoddard said. “We are running out of time. It benefits everybody except auto companies and the utilities.” However, a steady number of opponents claimed forcing homeowners to install solar panels would result in an unnecessary financial burden. South Miami Commissioner Josh Liebman said the new law would especially hurt development of affordable homes and low-income neighborhoods in the city. “All over South Miami, houses are being torn down,” he said. “This is government bureaucracy on the most micro-level. We must protect freedom of choice.” Liebman noted that if he decided to make a major addition to his home, he would be forced to cut down oaks on his property in order for newly installed solar panels to get direct sunlight. “I would make my house warmer to make it greener,” he said. “That is counterintuitive.” South Miami resident Michael Jones said the city should focus more on lowering crime and making residents in the low income neighborhoods feel safe. “People need security in their lives,” he said. “They don’t need solar panels. There are a lot of expenses for people who put solar panels on their roofs.” Sandra Dinari, a homeowner whose addition to her house will make it 50 percent bigger, said increasing the threshold to 75 percent or more wasn’t going to change her mind. “I still think it should be up to the homeowner to put up solar panels,” Dinari said. “I respectfully request not making it mandatory.” Truly Burton, executive vice-president for the Builders Association of South Florida, asked the city commission to delay voting on the solar panel legislation and submit a proposal to the Florida Building Commission stating the unique conditions in South Miami that would warrant a mandatory requirement for solar panels on new homes. “I urge you not to adopt this,” Burton said. Prior to the meeting, the Miami chapter of the Florida Businesses for Affordable Energy issued a statement saying the solar panel law would further escalate an affordable housing crisis in South Miami, making the city even more unaffordable and unattainable. “It is imperative for the South Miami Commission to weigh the legitimate economic concerns of South Miami residents before hastily imposing a poorly thought out mandate,” the statement said. However, South Miami Commissioner Gabriel Edmund said the concerns were being blown out of proportion. “The only ones being required to add solar panels is a person who completely destroys a house and rebuilds it,” Edmund said. “This ordinance is only going to impact a very small part of the marketplace and that tends to be more high end.” Tags: Residential Real Estate, solar panels, south miami Short URL Print Popular Commercial investors, developers scour Little Havana for hot deals 13th Floor, partner to bring 500 single-family homes to Riviera Beach Edgewater development site hits market, could fetch more than $10M, broker says Tavistock buys the Sails land and marina, scores $50M loan for Pier 66 site in Fort Lauderdale Lennar buys 77 acres in Homestead for $10.75M More Stories Sites South Florida New York Los Angeles Other Links Events Shop Subscribe to Magazine Careers About Us Staff Directory Contact Us Privacy Policy STAY CONNECTED Join over 200,000 real estate professionals who receive our daily newsletter All rights reserved © 2017 The Real Deal is a registered Trademark of Korangy Publishing Inc. 6318 Biscayne Boulevard, Suite 200, Miami, FL 33138 Phone: 305-740-1211

Alaska: Trump approva le trivelle ENI in Artico in tempo record



Spy Island Drill Site -- isolotto artificiale ENI da dove trivellera' l'Artico. 
Quattro pozzi in orizzontale
per sei chilometri verso il mare.  

Tuttapposto.

L'ENI ha 75 concessioni qui. 









Tutti noi che sappiamo come l'ENI operi, in terra, in mare, con la gente, con i politici non possiamo che rabbrividire a questa notizia.

Il Beaufort Sea dell'Alaska sara ' trivellato dall'ENI alla ricerca di petrolio come approvato dall'amministrazione di Donald Trump.

Claudio Descalzi e i suoi compari avevano comprato le concessioni circa dieci anni fa.  In totale ne hanno 75. Sarebbero scadute alla fine del 2017 se l'ENI non avesse fatto niente, e cosi la richiesta di trivellare e' stata fatta velocemente il giorno 13 Giugno 2017, ed altrettanto velocemente e' arrivato l'OK, esattamente un mese dopo.

Trump e' o non e' un businessman?

E cosi ci sono stati soli 21 giorni di tempo per revisionare e commentare il progetto di esplorazione, e solo dieci giorni per valutare l'intero impatto ambientale.

Ovviamente tutto questo e' folle.

ENI o non ENI trivellare in Artico e' contro ogni buon senso. Ci ha gia' provato la Shell per anni, e a causa di tempeste, freddo, correnti marine, disorganizzazione, gli e' sempre andata male. I rischi sono tanti, e perdite e scoppi fra i ghiacci sono eventi per cui nessuno e' preparato. Trivellare in condizioni estreme e' difficile. E l'ENI se gia' fa disastri in Basilicata o in Norvegia, figuriamoci cosa combinera' al Polo Nord.

Cosa esattamente fara' l'ENI?

Trivelleranno partendo da un isolotto artificiale di proprieta' dell'ENI chiamato Spy Island Drill Site. Siamo nella Harrison Bay, e dall'isolotto l'ENI trivellerebbe sottoterra e sotto il mare verso le acque aperte del Beaufort Sea. In tutto questo sara' realizzato il piu' lungo condotto orizzontale mai costruito nella storia allo scopo di estrarre petrolio in Artico, lungo circa sei chilometri.

Tanta e' infatti la distanza stimata dall'isolotto al mare aperto, sotto i fondali marini.

La particolare concessione si chiama Nikaitchuq, e guarda caso, parte dell'infrastruttura a terra della concessione, era gia' stata rasa al suolo da un incendio nel 2015. 

Si vede che se ne sono dimenticati.

Se tutto va bene, Descalzi potrebbe iniziare il 15 Dicembre 2017, con le trivelle permesse solo d'inverno, perche e' solo allora che il mare si ghiaccia e che permetterebbe la costruzione di una strada temporanea in superificie.

Tremo solo al pensiero.

In questa zona c'e' anche il delta del fiume Colville River Delta dove vivono molte specie marine, alcune protette, altre a rischio fra cui balene, orsi polari, foche dagli anelli. E poi ci sono vari tipi di uccelli che spesso transitano qui d'estate.

Che ne sara' di loro?

Che ne e' stato di loro dove l'ENI -- e qualsiasi delle sue sorelle -- ha gia' messo piede?

L'ENI dice che anche qui e' tuttapposto. Siccome trivelleranno solo d'inverno ci saranno pochi animali. Come sempre, hanno una risposta per tutto.

La partita in realta' non e' ancora chiusa perche' ci sono ancora vari stadi di approvazione per l'ENI. Fra le leggi USA c'e' il cosiddetto Outer Continental Shelf Lands Act che impone all'ente che si occupa di gestire le risorse energetiche dagli oceani americani, il Bureau of Ocean Energy Management (BOEM), di rigettare piani petroliferi esplorativi se queste porteranno a danni gravi all'ambiente marino, costiero o umano.

Varie associazioni si erano attivati in quelle scarsissime tre settimane di tempo per discutere i progetti ENI, i danni da inquinamento che Descalzi e la sua ditta avrebbe portato al polo nord, le conseguenze delle trivelle sul clima e sulla vita marina.

Fra questi il Center for Biological Diversity che aveva anche ricordato come se vogliamo una qualche speranza di salvare il pianeta dalla catastrofe gran parte del petrolio non estratto, incluso quello dell'Artico, deve restare sottoterra.

Dal canto suo l'ENI risponde picche: si, potrebbe esserci un scoppio e questo potrebbe portare a circa 21 milioni di galloni di petrolio in mare e fra i ghiacci.

Cosi, lo dicono con non-chalance.

Sono 80 milioni di litri.

Come si pulisce?

Non si pulisce perche' e' quasi impossibile. Nei pressi di dove l'ENI vuole trivellare non c'e' infrastruttura utile per eventuali operazioni di pulizia, non ci sono strade praticabili a terra, non ci sono porti, e la guardia costiera piu' vicina e' a 1600 chilometri di distanza.

Ci sono solo foche, balene, e orsi.

Ma al BOEM sotto l'amministrazione Trump non glien'e' importato granche'. Hanno approvato lo stesso. Anzi, si dicono entusiasti di poter lavorare con ENI perche' c'e' tanto potenziale di petrolio e di gas nel Beaufort Sea che aspetta solo di essere scoperto.

Ma come, non era che Obama aveva chiuso l'Artico alle trivelle?

Si, ma un pezzettino l'aveva escluso. Ed e' qui che l'ENI aveva le sue belle concessioni. Intanto Trump ha riaperto cio' che Obama aveva chiuso. Ci sono cause in corso per non permettere le trivelle in quei mari graziati da Obama, ma non si sa come andra' a finire.

Il diavolo, come sempre, sta nei dettagli.